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Guerra Russia-Ucraina. Cosa cambia: investimenti, mercati, inflazione e Pil

01/03/2022

Era nell’aria da qualche giorno. Eppure, quando la mattina del 24 febbraio Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, ha invaso militarmente l’Ucraina, le Borse hanno subito perdite complessive per circa 331 miliardi di euro di capitalizzazione. A Piazza Affari il Ftse Mib è sceso sotto la soglia dei 25.000 punti. Il giorno dopo, venerdì 25 febbraio, tutto già appariva significativamente diverso. E Milano chiudeva la seduta con un +3,59%. A Wall Street, riportavano segno positivo tutti i principali indici, dal Dow Jones al Nasdaq. La ripresa c’era e azzerava le perdite. Ma le tensioni, come ha dimostrato l’apertura dei mercati di lunedì 28, sono ancora forti. Tanto che a oggi, 1° marzo, Piazza Affari risulta ancora avere segno meno. Le questioni sul tappeto sono soprattutto i riflessi sulla fornitura di materie prime, petrolio e gas in particolare con la conseguenza su Pil e inflazione e i contraccolpi sui risparmi dei cittadini.

Energia

I leader di Italia, Germania e Francia, Mario Draghi, Olaf Scholz ed Emmanuel Macron hanno rassicurato circa la disponibilità di energia per i loro connazionali. E in futuro si andrà in tutti e tre i Paesi con più decisione di quanto si sia fatto fino ad ora sulle energie rinnovabili o il nucleare (Francia). Sono stati tre interventi attesi: una carenza nelle forniture potrebbe incidere direttamente sulla redditività di molte aziende, in particolare italiane. Senza considerare l’aumento dei costi delle fonti energetiche o i colli di bottiglia delle catene di fornitura, qualora le sanzioni imposte dai paesi occidentali e dagli Stati Uniti, isolassero completamente il governo Putin a livello economico e finanziario, o viceversa la Russia decidesse di interrompere gli approvvigionamenti. Ma per il 2022, la questione appare comunque sotto controllo. E il presidente del Consiglio Draghi Mario Draghi nel suo intervento al Senato sulla crisi in Ucraina martedì 1° marzo ha rassicurato sulla tenuta energetica del Paese.

Resta tuttavia l’incognita di cosa accadrà nel medio-lungo periodo alle principali economie occidentali. Soprattutto in ragione del fatto che la Russia è il principale fornitore di gas, in particolare per il nostro paese (secondo Infodata de Il Sole 24 Ore importiamo il 46 per cento del gas dalla Russia per produrre circa il 22,3 per cento dell’elettricità), ed è anche uno dei più importanti produttori al mondo di petrolio. Dall’ex stato sovietico, poi, arrivano metalli utilizzati in ambito industriale, come l’alluminio, il nichel e il palladio. Mentre da Kiev vengono importati mais e grano. Una carenza nelle forniture di questi prodotti potrebbe incidere direttamente sulla redditività di molte aziende italiane e anche sulla filiera alimentare. E c’è poi da considerare anche l’importanza degli scambi commerciali. Per quanto riguarda l’Italia si può stimare un volume d’affari complessivo, secondo fonti del Ministero degli Affari Esteri, intorno ai 20 miliardi di euro. E qualcuno si è chiesto cosa potrebbe succedere per il nostro Pil, l’indice della nostra ricchezza.

L’aumento dei prezzi dell'energia potrebbe innescare una nuova fiammata dell’inflazione e una riduzione del Pil. Ma per adesso, gli indicatori economici da più osservatori rimangono stabili. E, in ogni caso questa situazione non dovrebbe provocare rischi. Tra le fonti più autorevoli ci sono il Fondo Monetario Internazionale, Fitch e la Banca Centrale Europea oltre a numerosi osservatori privati.

Cosa ci insegnano gli eventi precedenti

In un contesto fragile e imprevedibile, la regola generale più importante per gli investitori è sicuramente quella di mantenere i nervi saldi, evitando di lasciarsi trascinare dall’emotività. Perché, nonostante la prima reazione sia stata caratterizzata da inevitabili effetti negativi, le ondate di panico potrebbero esaurirsi nei giorni successivi. È un po' come se, dicono gli analisti, le borse accusassero anticipatamente il contraccolpo, ma quando l’esito, purtroppo, diventa ormai chiaro ed evidente, tendono a riprendersi.

Non è la prima volta che succede. Lo insegna la storia. Accadde nel 2014, all’epoca della guerra di Crimea. Anche in quella circostanza, l’invasione russa, che portò a un inasprimento delle sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti, fece salire sensibilmente il prezzo del petrolio, che raggiunse il suo picco proprio in concomitanza con l’attacco. Ma non ci fu nessun effetto a lungo termine sui principali asset finanziari, e la volatilità venne ben presto riassorbita.
Tornando ancora più indietro nel tempo, la stessa situazione si verificò anche in occasione dell’invasione del Kuwait nel 1991 e dell’inizio del conflitto in Iraq nel 2003, quando i mercati subirono effetti solo temporanei.

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